Giovanni di Bernardo Rucellai

Rosmunda





Texto utilizado para esta edición digital:
Cremante, Renzo (ed.), Teatro del Cinquecento, vol. 1 Tragedia. Milano-Napoli: Riccardo Ricciardi Editore, 1988, pp. 181-257.
Adaptación digital para EMOTHE:
  • Semplice, Silvia

QUELLI CHE NELLA TRAGEDIA RECITANDO RAGIONANO SONO QUESTI

ROSMUNDA
NUTRICE
CORO
FALISCO, Prefecto
NUNZIO
ALBOINO, Re
MESSO
ALMACHILDE
SERVA

Atto I

ROSMUNDA e NUTRICE

ROSMUNDA
Tempo è ormai, or che ’l profondo sonno,
Vestitosi el sembiante de la morte,
Di quiete e silenzio el mondo ingombra,
Sciogliendo con dolcissimo riposo
5
Dalle fatiche e da’ pensier del giorno
Ogni omo, ogni animal mite e selvaggio,
Tal che secure siàn dalle impie mani
Non bene asciutte ancor del nostro sangue.
Cara Nutrice mia, nutrice e madre,
10
Su, deh, torniamo a ricercar del corpo
De lo infelice e miser padre mio
Per ricoprirlo almen con poca terra,
Poi che non posso darli altro sepulcro;
E non t’incresca, benché infirma e vecchia,
15
Breve camino in questo officio extremo.

NUTRICE
Regina, unica speme al nostro regno,
Non mi grava el camin nocturno e ceco,
Ma m’incresce che indarno già tre nocti
Con le piatose man volgi e rivolgi
20
Tutti li corpi morti ad uno ad uno;
Né tu, sendo fanciulla adorna e bella,
In sul primo fiorir de li anni tuoi,
Pensi quel che si sia lo andar soletta
Per questi boschi, u’ le nimiche squadre
25
O qualche altro ladron trovar potresti,
Il qual de l’onor tuo potria privarti
O ver legata al vincitor menarti,
Che certamente ti faria morire
Per extinguer la tua famosa stirpe,
30
Che ancor ne la tua vita si riserba.
Né può da lui sperarsi alcun perdono,
Perché uom più crudo mai non vide il sole,
Che non vuol sin che i morti sien supulti.
Sì che ritorna dentro a queste grotte
35
E non creder che l’ombra di Comundo
Curi che ’l corpo suo resti insepulto;
Anzi vuol (si gli è senso alcun ne l’ombre)
Che fuggir tenti ne lo antiquo regno
Infra le nevose Alpe e ’l gran Danubio
40
Che li Geppidi tuoi circunda e bagna.
Dove essendo Regina alta et illustre,
Forse coniungerati a chi comandi
A’ Rifei monti o al bel Gange o al Nilo,
Che farà di tuo padre aspra vendetta;
45
Tal che i fiumi vedrai di sangue tinti
De la inimica gente e di Alboino,
Che più caro gli fia che van sepulcro.

ROSMUNDA
Dunque tu vuoi che le paterne membra,
A le fere, a li ucei restando in preda,
50
Sien sepellite poi nel ventre loro?

NUTRICE
Voglio che pensi al mantenerti in vita.

ROSMUNDA
La indegna vita è assai peggior che morte.

NUTRICE
E l’uno e l’altro ti potria seguire.

ROSMUNDA
Che posso peggiorar da quel ch’io sono?

NUTRICE
55
L’onor, la libertà perder tu puoi.

ROSMUNDA
Questo non perderò senza la vita.

NUTRICE
Tu non sai bene ancor che cosa è morte.

ROSMUNDA
La morte è fin de le miserie umane.

NUTRICE
Io comendo el morir quando resulta
60
Utile ad altri, a sé gloria et onore,
Non quando a sé vergogna, ad altri danno.

ROSMUNDA
Bench’io non giunga al sexto decimo anno,
Pel che dovrei seguire el tuo consiglio,
Quale è di amore e di prudenzia pieno,
65
Pure io risponderò quel che mi pare
Che alla nostra pietà più si convenga.
Tu sai ben come nacque questa guerra
Infra Alboino, el Re de’ Longobardi,
E fra Comundo, el mio padre dilecto
70
Che ’l gran regno de’ Geppidi reggeva.
Onde in su questi a noi dolenti campi,
Pressi alla terra che dividon l’acque
Di Adice, ameno e furibundo fiume,
Furon le nostre miserabil genti
75
Dalli inimici vinte, rotte e sperse.
Più mal giorno per me mai non si aperse,
Poi che col patre non rimasi morta,
Ma con poche donzelle in aspri boschi
Fuggimo a’ piè di questi umbrosi colli.
80
Qui viver non si può né gire altrove:
Però, inanzi ch’io varchi l’onde stige,
Vorrei coprir quelle infelice membra
Con quel poco di terra ch’io potessi.
E questo più mi affligge, che pur dianzi
85
Mi apparve in sogno sua dolente imago,
Che piena avea di polvere e di sangue
La barba, e crini e la squarciata veste,
Ferito el volto e trapassato el petto
E in mille parti lacerato e guasto
90
E trasformato in guisa che la voce
Mel fece e non la fronte manifesto.
E con duri singulti e largo pianto
Sciolse da la sua lingua tal parole:
Rosmunda, ’nanzi allo aparir del sole
95
Rendi el mio corpo a la gran matre antica,
Che qui iace vicin presso a quel fonte.
Io sono a te venuto in questa forma
Perché delle fatiche tue m’increbbe
E parimente ancor per admonirti
100
Che ’l dì non ti ritrovi in queste parti,
Che gente assai ti cercaranno alora
Per darti ne le man del mio nimico.
E dicto questo, sparì via come ombra.
Onde grave pensiero el cor m’ingombra,
105
Né trovo modo che fuggir mi possa,
Giovane incauta e senza nulla scorta.
E si pur Almachilde fussi in campo,
Come non è, per lo amor che mi porta,
Forse sperar potrei qualche soccorso.
110
Ma pur ch’io faccia le pietose exequie,
Venga che può ch’io non mi disconforto.

NUTRICE
Figliola mia, poi che da tanto sogno
Admonita ne vai, più non ti tegno,
Ma teco vengo a la mostrata fonte;
115
Poi prenderén la via per questo monte.

CORO

Fra le cose mortali
Non nacque al mondo peggio
Di quella che fra noi dimandan guerra.
Costei, piena di mali,
120
Scaccia dal proprio seggio
L’antica gente e da l’amata terra.
E qual manda sotterra
A le tartaree porte,
E qual carca di pene,
125
E qual priva di bene
E lassa in vita assai peggior che morte.
Et è sì atroce e fiera
Che fa che ’l vinto e ’l vincitor ne pèra.
O felici coloro,
130
Che con sì bel morire
Avete adorno la passata vita.
Ma misere a costoro,
Che in sì duro servire
Starete insino a l’ultima partita.
135
Chi più vi darà aita,
Donne mie, reservate
A mille strazii e torti?
L’ombra de’ vostri morti?
O quanto me’ saria non esser nate!
140
Felice è chi non nasce,
Ma più felice è quel che more in fasce.
Non sia chi troppo speri
Nel suo felice stato,
Né troppo tema de lo adverso ancora,
145
Perché a chi regge imperii
Spesso dal cielo è dato
Che gli perda e racquisti in men d’un ’ora.
E vedesi tale ora
E Re presi in catene
150
E el servi empio e rebello
Signoregiare a quello
Onde avea prima auto ogni suo bene,
E la sorte variare
Come la foglia al vento o l’onde in mare.

NUTRICE. ROSMUNDA. CORO. FALISCO Prefecto et el NUNZIO

NUTRICE
155
Tu sé’ sì longamente dimorata,
Mentre lavi le piaghe a una a una
Or di lacrime salse or d’acqua viva
E ricopri le membra afficte e nude
Con tua regale e preziosa veste,
160
Che già si è mossa la vermiglia aurora
E mena seco l’inimica luce,
Che ci potrebbe far vergogna e danno.

ROSMUNDA
Non temer, madre mia, perché dal cielo
Vien spesso aiuto a l’opere pietose.
165
Ma che esser pò che tutte paventose
Veggo venir vèr noi le donne nostre?

CORO
Regina, tu sei presa
E noi siàn prese teco,
Né veggio al nostro scampo alcuno aiuto,
170
Che udi’ pel bosco ceco
Da gente d’ira accesa
Cercarti come uno agnellin perduto.
E un disse aver veduto
Dui donne apresso al fonte
175
Che sepellieno un morto;
Ond’io con disconforto
Corsi per farti sue parole conte,
Acciò possa fuggire
Avanti el suo venire.

NUTRICE
180
Eccoli qui, figliola,
Ecco che son venuti.
Fuggiamo, oimè, fuggiam subitamente.

ROSMUNDA
Ma chi fia che ci aiuti
Si non la morte sola?
185
Che scampar non potrén da questa gente,
Donne paurose e lente.
Però, care sorelle,
Siate constante e forte,
Che generosa morte
190
Ha el primo loco infra le cose belle.

CORO
O voce alta e divina,
Degna di tal Regina!

FALISCO
Qual di voi, donne, è stata tanto ardita
Che ha dato sepoltura a corpo alcuno
195
Contro el mandato di sì gran Segnore?

ROSMUNDA
Dunque il Re vostro fa la guerra ai morti?

FALISCO
El Re nostro la guerra ha co’ nimici
E cerca di privar di sepoltura
Quei che han cercato lui privar di vita.
200
NUNZIOQuesta è colei di ch’io ti dissi dianzi
Che sepelliva un corpo appresso el fonte.

ROSMUNDA
Sì ch’io son quella, e non ti niego el vero,
C’ho dato sepoltura al padre mio.

FALISCO
Rosmunda, inanzi al Re verrai con meco.

ROSMUNDA
205
Al Re ne verrò io, poi che al ciel piace.

CORO
O misera Regina, ove sei giunta?
Ove siàn noi condotte?
Ma in vita fia coniuncta
Nostra fortuna o in sempiterna nocte.

ROSMUNDA
210
Donne, non dubitate:
Ch’io non posso patir cosa più dura
Del veder lacerate
L’ossa paterne e senza sepoltura.

FALISCO
Ite a desepellir presto Comundo;
215
Tagliateli la testa
E portatela al Re dentro a quel vaso.

CORO
Oimè, Regina, oimè, che gran dolore
Ti dan queste parole!
Come hai gittato tue fatiche al vento!
220
Or se’ tu ben d’ogni speranza fore.
Questo è sol quel che vole
Il Re superbo. Oh quanto fie contento!
Ormai più grave o più crudel tormento
A provar non ti resta.
225
Oimè, Regina, oimè, che duro caso!

ROSMUNDA
Quante fatiche invano
Pigliate son in questa breve vita
Dalle misere genti de’ mortalli!
Io che pur dianzi, giovana onorata,
230
Ero Regina di molte contrade,
Or per aver del patre mio pietade,
Sarò per serva al mio nimico data.
Oimè, fussi almen stata
Questa nostra pietate al ciel gradita,
235
Che non mi curerei de li altri mali.

FALISCO
O voglia o non, bisogna che ciascuno
Sopporti quel che ha terminato el cielo,
Contro del qual non val difesa umana.

ROSMUNDA
Deh non voler, Falisco, esser ministro
240
Di tanta crudeltà; di me t’incresca,
Di me fanciulla che in un punto ho perso
La cara libertà, mio padre e el regno.

FALISCO
Madonna, assai di voi me incresce e duole,
Ma molto più di me m’increscerebbe
245
Quando disubidisse al mio Signore.

ROSMUNDA
Tu sai che avanti a questa orribil guerra
El tuo Signore e ’l mio padre Comundo
Per subiugare Italia, el bel paese,
Furno concordi fin che l’ebber vinta.
250
Tu, sendo allora un semplice soldato,
Usavi spesso ne la corte mia,
Tal che per le parole di mio padre
E per le tue virtù fusti promosso
Al dignissimo grado ove tu sei.
255
Et ancor sai, quando in quel fiero assalto
Sul fiume d’Agno in la Trissina valle
Restasti da le nostre genti vinto
Che preso ti menor dinanzi a noi,
Come molti volien tòrti la vita:
260
Ma parve al patre mio servarti vivo
E diede a me de la prigion le chiavi.
Quivi come da noi tractato fusti
E medicato de le tue ferite
Non lo vo’ replicar perché tu ’l sai;
265
Né come poscia te fuggir lasciai
Quando el Re el consentì per nostri preghi.
Unde si a’ preghi mei la libertade
Ti fu donata con la vita insieme,
Sostieni ancor che que’ medesmi preghi
270
Impetrino el sepulcro di colui
Che, pregato da me, ti diè la vita.

FALISCO
Regina, io non potrei né vo’ negarti,
Per li tuoi benefizii e di tuo padre,
D’esser tenuto a te mentre ch’io vivo
275
E, si arò senso, ancor doppo la morte.
Ma tu sai ben ch’io sono in forza altrui
Et ubidir convienmi al mio Signore;
Sì che io non posso dimostrarmi grato,
Come io vorrei, si non con le parole.
280
E pur quando io seguisse la tua voglia,
Cagion sarebbe della mia ruina,
Né ’l mandato del Re si mutarebbe,
Ma si farebbe per mille altre mani.
Onde gli è meglio assai ch’io resti in mondo
285
Ch’io ti possa ancor dar qualche soccorso:
Però raffrena el doloroso pianto.

ROSMUNDA
Falisco, poi che sei disposto al tutto
Portarne al Re quella onorata testa,
Porta insieme al crudele e quella e questa.
290
Si tanta sete gli ha del sangue nostro,
E si pur tu ne vòi portar sol una,
Porta la mia, non quella di Comundo
Che è morto: e morti non vi pon far male.
Eccola: in me, in me volgete el ferro,
295
Tagliate questa che vi può far guerra,
Benché femina sia: da questo ventre
In brevissimo tempo nascer ponno
Molti vendicator del sangue nostro.

FALISCO
Io non possi altro far si non pregarti
300
Che tu stia paziente a quella legge
La quale al vinto il vincitore impone.
Io per li merti tuoi vèr me ti giuro
Pregare el mio Signor per la tua vita.

ROSMUNDA
Prega più tosto lui per la mia morte,
305
Più grata a me di questa vita amara.

FALISCO
Andiàn, che farai forse altro pensiero.

CORO

Giorno infelice, al mio mal sì fecondo,
Poi che la libertate
Mi hai tolto e posto in forza al mio nimico!
310
Quanto mi aggrava al collo questo pondo,
O figliole allevate
Al viver casto che vi fu sì amico!
Che giova el cor pudico,
L’opere iuste, el tanto amare Dio,
315
L’officio extremo, pio,
Poi che avere’ a servire a questi mostri,
Vedove de’ mariti e figliuoi vostri?
O divina alta mente che governi,
Rotando el cielo atorno,
320
Le volubili sfere e ciò che è in quelle,
E col vago variar di moti eterni
Rivolgi in un sol giorno
El sol, la luna e le minute stelle,
E tante cose belle,
325
La luce el dì e poi l’ombra la sera;
E fai tornar come era
Ogni stagion con ordin sempiterno,
Sempre la rosa al maggio, el ghiaccio al verno.
Signor, che desti el senso a li animali
330
Et insin ne le piante
Ponesti con tanto ordine la vita:
Increscati de’ miseri mortali,
A’ quali el tuo sembiante
Donasti e l’alta mente a quello unita.
335
Sia la mia voce udita:
Io non recuso di morir, Signore,
Pur ch’io salvi l’onore
Sacrato insin dalle mie prime fasce
Al sancto matrimonio per cui nasce.

[ALBOINO Re, MESSO. ROSMUNDA. CORO. FALISCO. NUTRICE]

ALBOINO
340
Maravigliomi assai come Falisco,
Nostro prefecto de le turme equestre,
Ch’andò a cercar la vergine Rosmunda,
Non ci rechi di lei qualche novella;
Al qual commessi ancor che riportasse
345
Del Re Comundo la nimica testa.
E voi, si alcun nimico ancor ci resta,
Fatel morire e ’l corpo suo gittate
A corbi, a nibbi, a lupi, a cani, ad orsi.
Chi vuol reggere stati, imperii o regni,
350
Li bisogna esser sopra ogni altro crudo,
Perché da crudeltà nasce el timore
E da timor l’obedienzia nasce
Per cui si regge e si governa el mondo.
Ma ecco un messagier che viene in fretta:
355
Forse dirà qualcosa di Falisco.

MESSO
Eccoti, invicto Re l’odioso teschio
Che ti manda Falisco, tuo prefecto,
Qual sarà presto nella tua presenzia.

ALBOINO
Io lodo assai la vostra diligenzia.
360
Segate el cranio e fatelo ben netto
E circundate d’or l’extreme labra,
Perché ne’ più solenni miei conviti
Vo’ ber con epso per memoria eterna
Di sì felice e glorioso giorno.
365
Ma dimi ove ’l trovasti e in che modo,
E come gli era di ferite carco,
E dove: nelle spalle o ne la fronte?

MESSO
Noi il trovamo sepolto a piè d’un fonte.

ALBOINO
Come, sepulto? E chi fu tanto audace
370
Che prosumesse contra el mio decreto
Di voler dar sepulcro a corpo alcuno?

MESSO
Rosmunda fu, con le sue proprie mani.

ALBOINO
Rosmunda ove è? Sarebbe mai fuggita?
O pure è stata da Falisco presa?

MESSO
375
È stata presa et è qui poco adietro.

ALBOINO
Oh quanto è il ciel benigno alle mie voglie!
Narrami apunto come andò la cosa.

MESSO
Noi cercavàn di lei pel folto bosco
Et un de’ nostri, ch’era forse andato
380
A spogliar corpi morti in la campagna,
Disse aver visto, dove un fonte bagna
L’erba dintorno, dui femile sole
Vestire un morto e ricoprir di terra.
Noi poscia, andando al dimostrato loco,
385
C’incontramo un Rosmunda e in altre donne
Che tornavano al bosco con gran fretta,
Sul primo apunto rossegiar de l’alba.
Falisco, inteso quello esser Comundo,
Ci mandò presto a tagliar lui la testa.
390
Questo trovamo in una ricca vesta
Giacer involto, che si avea Rosmunda
Spogliata a sé per onorare el patre.

ALBOINO
Ma tu non mi hai narrato quante e quali
Ferite avesse el mio nimico morto.

MESSO
395
Le piaghe erano molte, aspre e profonde,
Nel pecto, nella faccia e ne la gola.

ALBOINO
Questo credo io, perché con questa spada
Li detti colpi assai ch’eran mortali:
El minimo di loro arìa potuto
400
Qual si voglia forte om mandar sotterra.
Ma ecco che costor venuti sono.
Rosmunda, guarda a non negarmi el vero:
Sei tu colei che seppellio Comundo?

ROSMUNDA
Perché degio io negarlo? Io son quella epsa.

ALBOINO
405
Erati noto el mio comandamento?

ROSMUNDA
Come non, sendo a tutti manifesto?

ALBOINO
Adonque tu sei stata tanto ardita
Che hai dispregiato e rotto la mie legge?

ROSMUNDA
Più tosto a li divini, alti precepti
410
Di quel Signor che regge l’universo
Mi parve da ubidir, che al tuo decreto
Che da tre giorni in qua nel mondo nacque
E nacque, come el suo factor, mortale.
Ma quei che eternamente al mondo furo,
415
Che ci comandon sepellire i morti,
Nacquero, come il suo factore, eterni.
Questi fur che la gelida paura
Del giovinetto petto discacciaro,
Questi fra corpi morti mi mandaro
420
Per lo orribil silenzio de la notte.
E si morrò per loro anzi el mio tempo,
Non mi fie danno, anzi mi fie guadagno:
Che utile è sempre mai uscir di vita
A quel che vive in molti mali involto.
425
Sì che ’l morire a me non sarà doglia,
Ma ben doglia mi fa veder colui
Che mi vestì de le terrene membra
Non poter io vestir di poca terra.
E si in darli sepulcro stolta fui
430
(Cosa che a me non parve), io non recuso
De la stultizia mia portar la pena.

CORO
Ben dimostra l’invicta tua forteza
Lo invictissimo sangue onde sei nata,
Che non può sottoporsi a’ casi adversi.

ALBOINO
435
La superchia altereza alfin ruina.
Più volte ho visto un gran corsier feroce
Nel suo veloce e furibundo corso
Esser tenuto con un picciol freno;
E fortissima nave in mezo a l’onde
440
Tenersi contra el gran soffiar de’ venti
Da poca fune con retorto ferro.
Non si conviene a la servil fortuna
Usar seperbia contra el suo Signore.
Tu, non contenta del comesso errore,
445
Nella presenzia mia di ciò ti vanti
Come di cosa gloriosa e degna.
Ma si di questo non riporti pena,
Non possi io mai portar corona in testa.

ROSMUNDA
Più tosto volsi satisfar coloro
450
Che mi fur cari e che mi fecer bene,
Come che sien passati ad altra vita,
E con cui deggio dimorar mai sempre,
Che a te da cui non ebbi altro che male.

ALBONIO
Orsù, lasciamo andar tante parole:
455
Menate queste donne a quella tenda.
Ti manderò ben presto da coloro
Che ti fur cari e che ti fecer bene.
Vedestù mai la più superba donna?
Ben mostra l’altereza di suo padre,
460
Ma per mia fé gliela trarrò del capo.
Vero è che ancor non ho deliberato
Quale è il suplizio ch’io gli voglia dare.

FALISCO
Inclito Re, non è sì grave pena
Che non sia lieve per punir colui
465
Che non vole obedire a’ tuoi decreti.
Ma le donne son donne e non si acquista
Nesuna laude per la morte loro.

ALBOINO
Ma non debbio io punir quel che m’offende?

FALISCO
Poss’io teco parlar liberamente?

ALBOINO
470
LIberamente di’ ciò che ti piace.

FALISCO
Io non niego che ’l premio e che la pena
Sien dui ferme colonne in cui si appogia
Ogni regno e governo de le genti,
E che come una de le due si frange,
475
Non che ambe, segue presto alta ruina.
Ma ben dico che a Re più si conviene
Essere avaro nel punire e largo
Nel premio, che in quel largo e in questo avaro.
Considera a l’alteza ove tu sei
480
E che tutti e tuo facti e detti sono
Come in conspecto de le genti umane;
Onde, quanto è magior la tua potenza,
Tanto minor licenza usar convienti.
Sì che io direi più tosto che facessi
485
Quel ch’a la tua grandeza si richiede
Che risguardar ciò che convenga a llei,
Per non voler che la tua gloria oscuri
La morte d’una simplice fanciulla.
E si pur pensi di punir costei,
490
Lasciala in vita e fia magior supplizio:
Che lo amplossimo tuo felice stato
E la misera sua noiosa vita
Lo saranno cagion di extrema doglia.

ALBOINO
Non mi dispiace questo tuo consiglio
495
E già per me non era pria disposto
Di far morir sì bella giovinetta:
Ma si avea tirato dietro el male
Come trae Cecia vento a sé le nube.

FALISCO
El grave suo dolor che la trasporta
500
Li fe’ forse parlar quel che ti spiacque;
Ma mi dai tu licenza ancor ch’io dica
Liberamente a te qualche parole?

ALBOINO
Dovresti ormai saper quanto ch’io t’ami
E come spesso mi consiglio teco:
505
Di’ senza dubitar quel che tu vuoi.

FALISCO
Come tu sai, con li ampli regni tuoi
El gran regno de’ Geppidi confina,
Potente di città, potente in arme.
Questo si si agiognesse al nostro impero,
510
Farebbe crescer sì la tua possanza
Che contra a te non reggerebbe el mondo.
Ma non vegio ad averlo alcuna via,
Per esser forte di montagne e fiumi
E pien di gente indomita e feroce,
515
Si non a prender tu costei per moglie,
Per ciò che a lei la signoria conviensi:
Così l’arai senza contrasto alcuno.

ALBOINO
Come per moglie mia, sendo figliola
Del Re Comundo, mio mortal nimico?

FALISCO
520
Non si diè risguardare ira né sdegno
Dov’è l’util del regno o di chi regge.
Poi questa essendo in giovenile etade,
Come tenera cera in le tue mani
Prenderà quella forma che vorrai,
525
Seguendo sempre tutte le tue voglie.
Né dè pigliare a sdegno perché l’ami
Molto colui che la produxe al mondo;
Ma dèi pensar che quel medesmo amore
Ti porterà si li sarai marito.
530
Da l’altra parte pensa al grave danno
Si in quel regno succede altro Signore,
Che tener ti potrà mai sempre in guerra;
E pensa che non è minor victoria
Col consiglio acquistar che con la spada.
535
Sì che non ti lasciar uscir di mano
Tanta ventura che ti manda el cielo.

ALBOINO
Questo non mi era ancor venuto in mente.

FALISCO
A questo non bisogna altro pensiero
Che darli effecto e preparar le noze.

ALBOINO
540
Tu mi consigli adonque ch’io la prenda?

FALISCO
Io ti consiglio a quel ch’io veggio expresso
Recarti utilità, quiete e gloria.

ALBOINO
Son contento exequire el tuo consiglio:
Però, Falisco, prenderai la cura
545
Di parlar seco e far quel che bisogna.

FALISCO
Donne, chiamate la Regina vostra
A cui parlar vorrei
Presto, per ciò che ’l Re mi manda a lei.

CORO
Signor che reggi el cielo,
550
E tu, pietosa Madre,
Fa’ che triste non sien queste parole.
Sento nel core un gelo
Che cose obscure et adre
Dette saran da impallidire el sole.
555
Esci, Regina, che parlar ti vole
Falisco e temo, omei,
Non rechi eterno pianto agli occhi miei.

ROSMUNDA
S’el vien per quel ch’io credo,
Io vegno volontieri,
560
Che aràn pur fine e duri mei pensieri.

FALISCO
Più volentier verresti
Si tu sapesse ben quel ch’io ti reco.

ROSMUNDA
Da tal tu ti movesti,
Che so ch’altro che mal non porti teco.

FALISCO
565
Forse che quel ch’è meco
È miglior che non speri
E potrà farti ritornar come eri.

ROSMUNDA
Narrami adonque questo nuovo bene
Che tu mi porti, come che nol creda.

FALISCO
570
Non creder che mi sien di mente usciti
Li benifizii che ebbi da tuo padre
E quei ch’io ricevei dalle tuo mani,
I qua’ porterò sempre in mezo al core
Mentre che di me stesso mi recordi:
575
E perch’io so ch’in la natura umana
Non si può ritrovar magior difecto
Né che più spiaccia a Dio che l’omo ingrato.
Fra l’altro mal che fa questo peccato,
Asciuga el vivo fonte di pietate,
580
Le cui dolce acque or quinci or quindi sparse
Danno adorneza e nutrimento al mondo.
Ond’io, per fugir questo, ho molte cose
Meco ravolto e veramente parmi
Aver trovato el modo a satisfare
585
A li meriti vostri in quelche parte;
E questio è c’ho impetrato co’ miei preghi,
Dallo adirato Re, che non ti occida.

ROSMUNDA
Apunto impetrato hai dal tuo Signore
El contrario di quel ch’io desiava.

FALISCO
590
Come ’l contrario? Quale è el tuo disio?

ROSMUNDA
Uscirmi presto fuor di questa vita.

FALISCO
Ah, non dar tanto loco a la tua doglia!

ROSMUNDA
Nissuna altra speranza m’è rimasa.

FALISCO
Non dir così, Regina, ch’è la morte
595
L’ultima cosa de le cose orrende.

ROSMUNDA
Anzi è riposo e fine a li altri mali.

FALISCO
A color che non han remedio alcuno.

ROSMUNDA
Et io son un di quei senza rimedio.

FALISCO
Forse che non: non sai che volga el cielo.

ROSMUNDA
600
Volger per me non può si non martiri.

FALISCO
Doppo la pioggia el sol talora appare.

ROSMUNDA
Io non spero già mai vedere el sole.

FALISCO
Quando tu arai le mie parole intese,
Forse el vedrai per questa obscura nebbia.

ROSMUNDA
605
Dio el voglia. Or fammi tuo parole conte.

FALISCO
Regina, io non ti porto solamente
La tua salute, ma la patria e ’l regno,
Con amplissime noze. E queste sono
Che ’l mio Signor ti vol pigliar per moglie.

ROSMUNDA
610
Deh non pigliar dilecto in l’altrui doglie,
Che non è cosa digna al vincitore
Motteggiar ne le morti de’ prigioni.
So che ti manda el Re per la mia pena
E non per noze, che non mi torrebbe
615
Per moglie et io men lui per mio marito:
Sì che fa’ quando vòi quel che t’ha imposto.

FALISCO
Non dir così, Rosmunda, ch’io non sono
Uom che si rida de li altrui dolori.
El Re mi ha imposto ch’io ti debbia dire
620
Come ti vuol per sua dilecta sposa;
E mi credea che di sì bella grazia
Tu dovessi levar le mani al cielo.

ROSMUNDA
Io non reputo grazia, anzi disgrazia
Il dover esser moglie di colui
625
Che ne ha destructi et ha le mani ancora
Calde e stillante del paterno sangue.

FALISCO
L’animo grande sempre è da lodare,
Ma non quel che sé stesso non conosce;
Però che l’uno inalza el possessore,
630
L’altro lo abassa e spesso lo ruina.
Non bisogna pensar quel che già fusti,
Regina e figlia del gran Re Comundo,
Ma come tu sei giunta in forza altrui
E facta serva di colui che ha vinto.
635
El quale, oltre a che può tòrti la vita,
Il che non curi e mostri averlo caro,
Ti può serva tener nel suo palazo
E far per forza a le tue regie mani
Spazare e pavimenti e gli alti lecti
640
Spogliare e rivestir di seta e d’oro
E in altri duri officii affaticarti;
O ver per moglie al più vil servo darti,
Con cui ti converrà torcendo el fuso
Miseramente guadagnarti el pane.
645
Pensa e ripensa ben quel che tu fai
E non lasciar che ti traporti l’ira
In luogo tal che ritornar non possi.
Si tuo patre morì ne la battaglia,
Questi son fructi che la guerra porta
650
Sempre a’ migliori e questo è quel che volse
Fare egli ad altri e nol sofferse el cielo.
Sì che apri gli occhi e ricognosci bene
L’alta ventura che ti appar davanti.

ROSMUNDA
Ben cognosco, Falisco, che procede
655
Ciò che tu parli da perfecta mente,
Volta tutta a pensar nel nostro bene;
E di questa pietà che tu mi mostri
Prego Dio che per me grazia ti renda.
Or breve ti rispondo a quel che hai dicto.
660
E prima pensar voglio a quel ch’io fui
Per non far cosa indegna al nostro sangue.
Or l’alma è in libertà, el corpo è preso:
Alla infelice vita che propone
Vi saperò bene io trovar remedio;
665
Che ben sa poco chi non sa morire
E ’n la miseria el desiar la vita
È grave mal consperso di dolceza
E bono acquisto è perder la speranza.
S`che non prender più fatiche invano,
670
Che tal noze non voglio in modo alcuno.

FALISCO
Io non accepto questa per risposta,
Ma voglio andar qui presso per vedere
Si Almechilde è tornato con le prede,
Che andò di là dal Mincio in su la riva
675
Di Benaco a predar tutto el paese.

ROSMUNDA
Almechilde è tornato? O Almechilde,
A che tempo vien tu per darmi aiuto!

FALISCO
In questo mezo tu potrai pensare
E consigliarti ben con la ragione,
680
E tornerò per la risposta certa.

NUTRICE
A me non piacque questa tua risposta.

ROSMUNDA
A me non piacque ancor la sua proposta.

NUTRICE
Ma che cosa miglior potea proporre?

ROSMUNDA
Ogni altra cosa era miglior di questa.

NUTRICE
685
Come ogni cosa? Tu non pensi el tutto,
Né puoi pensarlo ben, per ciò che hai posto
El fren de la ragione in man de l’ira.

ROSMUNDA
Vero è c’ho gionto l’ira alla ragione,
Ma in man de la ragion posto ho il governo,
690
E poscia a quella subministra l’ira
Incitamento e spron de la forteza.

NUTRICE
L’ira è una bestia indomita e superba,
Inimica di pace e di consiglio,
E non vuol pari a sé, non che signore,
695
Ma come nube offusca l’intelletto.
Sì che disiungi lor, però che insieme
Stanno così come con aqua foco.

ROSMUNDA
Tu mi consigli adonque ch’io divenga
Moglie di quel che mi dicea Falisco.

NUTRICE
700
Questo mi pare el meglio in tal fortuna.

ROSMUNDA
O Dio del cielo, o stelle, o sole, o luna,
Volete voi ch’io prenda per marito
Un che guardar non ponno gli occhi mei,
Nimico e destructor del nostro sangue?
705
Prima la terra si apra e mi divori
Ch’io mi ritrovi mai congiunta a lui.

NUTRICE
Figliola, si tu fusse in libertade
O potesse esser moglie di qualcuno
Che avessi a vendicar le nostre offese,
710
Non ti consigliarei tòrre Alboino:
Ma che puoi tu fare altro in questo caso?

ROSMUNDA
E’ non giacerà mai nel lecto mio.

NUTRICE
Non dir così, per ciò che far nol pòi.
S’egli vorrà giacer sopra el tuo lecto,
715
Dimi come puoi tu vetargli questo,
Or che condotta se’ ne le sue forze.
Quanto è savio colui che sa disporsi
A comodar la voglia a la fortuna!
Pensa, pensa, figliola, quanto è meglio
720
L’esser moglie di Re che concubina.
E’ non è cosa alcuna che sì cara
Si debba custodir quanto l’onore:
El qual con molta cura e diligenzia
Si pena ad acquistar molti e molti anni
725
Et a perderlo poi basta una ora.
Questo come si perde, a noi non resta
Che perder altro, et è di tal costume
Che non si lassa racquistar più mai.
Né solamente el refutar costui
730
Di onor ti priva e libertà ti spoglia,
Ma queste nostre misere fanciulle
Darai per preda ad affamati lupi
Che ’nsin nel grembo de le afflicte madre
Verranno a disfogar le voglio loro.
735
E si ben tu morisse, il che tu mostri
Avere in tuo dominio, e non fie forse,
Non restarà che queste poverine
Non sien straziate poi villanamente.
Ma si tu prendi questo per marito,
740
La pudicizia tua primeramente
Sarà salvata e quella di costoro;
Appresso impetrarai la sepoltura
Più facilmente a l’infelice padre,
Il che tanto ti è fixo ne la mente.
745
E si pur sei disposta al vendicarlo,
Meglio far lo potrai sendo Regina
E moglie d’Alboin, che essenso serva.
Sì che a te sta si vuoi perder l’onore,
La libertà, la vita e ’l regno insieme
750
E por quali agnellette in mezo a’ lupi
Queste innocenti et infelici donne,
La salute di cui da te depende.
Et in te parimente sta si vuoi
Salvar te stessa con costoro insieme,
755
Ciascuna de le quai, come tu vedi,
Desiderosa che si faccia questo,
Con lagrime e sospir tacendo prenga.

ROSMUNDA
Non credo mai poter toccar costui.

NUTRICE
Ciascun fa di sé stesso ciò che vuole,
760
Pur che l’animo fermo sel dispona.

ROSMUNDA
Ben cognosco io che tu m’hai dicto el vero.
Come che duro sia posserlo fare,
Pure el farò, che non m’incresce manco
Delle vergogne e strazii di costoro
765
Che delle proprie mie vergogne e danni.
Però, prendendo el tuo voler per guida,
Seguirò le vestigie del tuo senno.

CORO
Quanto vale un consiglio che sia bono!
E veramente quel si può dir buono
770
Che reca al suo Signore utile e gloria,
A li populi poi salute e pace.

NUTRICE
Ecco, questo è Falisco che ritorna
Per riportarne al Re la tua risposta.
Ora accompagna el volto a le parole
775
Acciò che scontenteza non dimostri.

ROSMUNDA
Questo molto repugna a’ miei costumi,
Avezi a dire el ver dal dì ch’io nacqui:
Sì che respondi tu ciò che ti piace.

NUTRICE
Ben responder poss’io, ma questo è nulla,
780
Si non confermi tu ciò ch’io rispondo.

ROSMUNDA
Di’, ch’io confirmerò ciò che dirai.

FALISCO
Io son tornato a te, come io ti dixi,
Per saper chiaramente el tuo volere
E referirme al Re ciò che ti piace.

NUTRICE
785
Falisco, poi che la passion da parte
Pose Rosmunda, ricognobbe e vidde
Che ’l tuo consiglio era la sua salute;
Però grazia ti rende et è disposta
E prompta al tutto di voler seguirlo.

FALISCO
790
Quanto prudentemente avete electo!
Quanto piacer ne arò, tu quanto bene!
Andiamo adonque al Re, perché le noze
Si possin celebrare in questa sera.

ROSMUNDA
Oimè, come stasera?

CORO
795
Quelle cose che son salubre e buone
Mai non si posson far troppo per tempo.

NUTRICE
Rosmunda, non disdire a quel che vuole,
Che quanto prima tu sarai Regina
E fuor di servitù, tanto fie meglio
800
Per te, né peggio ancor sarà per noi.

ROSMUNDA
Fa’ pur come tu vuoi.

NUTRICE
Andiamo adonque. Or va’, Falisco, avante,
E noi ti verrén dietro tutte quante.

CORO

Ciascun che regge prenda
805
Exemplo da Rosmunda,
E contempli la vita
De’ Regi alti et illustri.
Costei era egina
Non sono ancor tre giorni;
810
Dipoi prigione e serva
Pervenne ne le mani
Del crudo suo nimico;
Et or di nuovo el fato,
Che sempre el mondo varia,
815
L’ha congiunta per donna
Al superbo Alboino,
Che gli dà la corona
Di tutti e regni suoi.
Così piace a chi regge:
820
Che bene spesso el mal per ben si elegge.
Quanto si vede chiaro
Non poter ritrovarsi
Fra le cose terrene
Cosa che troppo duri.
825
Muove l’alto motore
El primo cielo atorno
Dalla bella aurora
Insino all’occidente.
Questo con equal corso
830
Rapisce e septe cieli
Ne la contraria parte
Del lor natural moto.
A queste septe sfere
È collegato el foco,
835
L’aria, la terra e l’aqua
E ciò che dentro è incluso
Fra la luna e la terra,
La qual per suo costume
È inmobile e ferma.
840
E quel che la produce
In breve si corrompe,
Per ciò che sempre el fructo
Del suo nativo seme
Ritien della natura
845
Che brevissimo tempo o nulla dura.
Simili sono e regni
E le superbe mura
De’ nostri ampli palazi
A’ nidi degli aragni
850
E quai legati sono
Infra tremule canne:
Quati ogni picciol vento
Rompe in diverse parti;
O a que’ che son posti
855
Fra’ raggi delle ruote
Che aqua o pondo agiri,
Per ciò che un epso moto
Lo stabil non si trova.
Così el fil de’ mortali
860
Da le celesti sfere,
Onde è legato, pende;
E ’l ciel, come si muove,
Lo tronca in mille modi,
Né può tenersi el ciel con uman nodi.

[ALMACHILDE. CORO. SERVA. ROSMUNDA. NUTRICE]

ALMACHILDE
865
Lasso, quanto m’incresce
D’essermi in altra parte ritrovato,
Ch’alla mia donna arei forse giovato!
Ma subito ch’io intesi esser seguita
La battaglia aspra e ria,
870
Lassato ogni altra cura, io son venuto
Per veder si era pres o ver fugita,
O si per qualche via
Potevo dargli in tal miseria adiuto.
Or da Falisco ho auto
875
Come ella è presa. Ahi miserabil fato,
Che l’hai condocta in sì doglioso stato!
Donne, che fate voi? dove è Rosmunda
Che fu vostra Regina?

CORO
O Almachilde, ella è ben qui vicina.

ALMACHILDE
880
Ite donque a trovarla e per mia parte
Ditegli ch’io son qui fermo e disposto
Di por la vita per la sua salute,
Né viver vo’ si in più secura parte
Non la ripongo; e son per trarla tosto
885
Di questa amara e dura servitute.
E ditegliel pian piano e siate astute,
Acciò che medicina
Gli sien queste parole, e non ruina.

CORO
Oimè, Almachilde, el tuo soccorso è tardo
890
Per ciò che a lei fu forza
Trovare altro soccorso a la sua vita.

ALMACHILDE
Di tal tardeza anch’io mi struggo et ardo,
Ma el ciel che tutto sforza
Ne fu cagion: or chi gli ha dato aita?

CORO
895
Dura necessità, che sempre ardita
Rende la gente ne’ perigli extremi.
Questa da’ primi bei pensier supremi.
La svolse e diè per moglie ad Alboino.

ALMACHILDE
Oh mio crudel destino!
900
È ver quel che voi dite?

CORO
A che dicto l’arei, non sendo el vero?

ALMACHILDE
Dite Alboin, quel fero
Che di crudel ferite
Gli uccise el padre e fegli ogni dispecto?

CORO
905
Questo è proprio colui: non te l’ho dicto?

ALMACHILDE
O dura mia fortuna! Ove mi scorse
Nel mio maggior bisogno!
Quanto meglio saria ch’io fussi morto!
S’io non era lontan, non saria forse
910
Questo onde mi vergogno,
Né spero più già mai di aver conforto.
Ma che condusse, lasso, a farmi torto?

CORO
La servitù, la tema de lo onore,
Le minaccie del Re, l’ardente amore.
915
Di noi; e mezo el buon Falisco è stato.

ALMACHILDE
Anzi pur scelerato.
Non sapeva ella poi
Ch’ero qui presso e che tanto l’amava?

CORO
Spesso ti ricordava:
920
Ma tutti e dolor suoi
Eran presenti e certi, e tu lontano
Eri col tuo soccorso, e forse in vano.

ALMACHILDE
O misero Almachilde, ora è ben vòlto
Ogni tuo riso in pianto!
925
Or sei condotto in un dolore eterno!
Ogni dolce pensier dal cor ti è tolto,
Perdendo el viso sancto
Che della vita tua siede al governo.
Quinci lo acerbo tuo stato discerno,
930
Quando vedrai giacere in grembo altrui
La bella tua Rosmunda. Adonque vui.
Potrete mai vederlo, occhi mei lassi?
Per mille orribil passi,
Mille perigli e morti,
935
Fui reservato adonque a tanti guai?
Non piaccia a Dio che mai
Lo veggia o lo comporti;
Che si ogni aiuto è scarso a lo miei danni,
Questa mia dextra mi trarrà di affanni.

SERVA
940
O Dio, si se’ nel ciel come si crede
Et hai la cura de le umane genti,
Come comporti queste cose orrende?

CORO
Che cosa ti fa dir sì gran parole?

SERVA
Care sorelle mie, che aggio veduto!

CORO
945
Lasso, dolente a me, c’hai tu veduto?

SERVA
Veduto ho cose da scurare el sole.

ALMACHILDE
O me, ch’io tremo tutto di paura
Che Rosmunda non abia qualche male!

CORO
Deh per tua fé, non ci tener sospese.

SERVA
950
Io vel dirò, benché m’induca orrore
Solamente el pensier, non che ’l narrarlo.
Giunta che fu Rosmunda al padiglione
E facto onore al Re, come conviensi,
Da lui fu lietamente ricevuta.
955
E poco stando poi si fece avanti
Falisco e facto ogniun tirar da parte,
Cominciò prima a dir certe parole
Laudando el matrimonio; e dicto questo
Si volse a la Regina e le richiese
960
Si era contenta prender per marito
Lo invictissimo Re de’ Longobardi.
Ella con li occhi vergognosi e tardi,
Vermiglia in faccia, riguardando in terra,
Dopo certo silenzio gli rispose
965
Con tremebonda voce esser contenta.
Quindi, rivolto al Re, simil dimanda
Fece, chiedendo si volea Rosmunda,
Et ei rispose sì senza tardare;
E trattosi di mano un ricco anello,
970
Lo pose in dito a la Regina nostra.
E facto questo, quel terribil suono
Cominciò de le trombe, el qual sentisti
Che rimbombava in tutte queste valle.
Poscia, posto le mense inanzi a lloro,
975
Furno recate in oro et in argento
Varie vivande e preziosi vini.
Or giunto el fin de la superba cena,
Alboin comandò che un suo poeta
Cantassi le sue laude in su la lira.
980
Costui, cantando molti egregii facti,
Dixe infra gli altri come in la battaglia
Uccise con suo mani el Re Comundo.
Nel cantarsi di questo a la Regina
Scendean da gli ochi per le belle guance
985
Lagrime che parieno una rugiada
Scesa la nocte in su vermeglie rose;
In guisa tal che non fu alcun sì crudo
Che risguardando lei tenessi el pianto:
Salvo che ’l Re, che essendo insuperbito
990
Dalle laude, e dal vino inflato e caldo,
Disse a lo scalco che portar dovesse
La nova taza, acciò che questo giorno
Fusse onorato da ciascuna parte.
Et ecco... oimè mi trema el cor nel pecto
995
E la voce mi manca a referirlo...

CORO
Ma che esser pò, che tanto ti commove?

SERVA
La taza era del teschio d’uno uom morto.

CORO
Ohimè, tu narri una cosa da fere!

SERVA
Alboin, preso questo orrendo vaso,
1000
L’empié di vino e sorridendo dixe:
Comundo, io pongo a le discordie nostre
Perpetuo fine e vo’ far teco pace,
In questo allegro dì bevendo insieme.
Così detto, le labra al teschio pose
1005
E beveo la più parte di quel vino.
Dipoi, rivolto verso di Rosmunda,
La qual per non veder sì orribil cosa
Volta avea indietro la dolente faccia,
E’ dixe: Ecco la testa di tuo padre:
1010
Bevi con epsa e seco tu rallegra.
La misera, condotta in questo loco,
Piangendo refuggia sì duro bere;
E quanto più fuggia, tanto più forte
Instava con minacce alte e superbe.
1015
Finalmente expugnata, ben tre volte
Con le tremanti man volse pigliare
L’amara taza, e tante volte abasso,
Vinte da la pietà, cascor le mani.
Alfine el Re la prese et a la bocca
1020
Di lei la pose; onde sforzata e vinta,
D’indi beveo più lagrime che vino.

CORO
O miserabil noze, o duro caso!
Ma così adviene a chi de’ sua inimici
Si fida e ponsi ne le forze loro.

ALMACHILDE
1025
Ma che seguì dapoi de la Regina?

SERVA
Altro non so, che come fur levati,
Io me ne venni qui, lassando lei
Che insieme con el Re ne andava a letto.

ALMACHILDE
Ma veggio io là Rosmunda e la Nutrice
1030
Che escon fora. O Dio, che esser può questo?
Io mi voglio appressare in verso loro.

ROSMUNDA
Per seguir le vestigie del tuo senno,
Come conviensi a giovenile etade,
Bevuto ho dentro al teschio di mio padre.

NUTRICE
1035
Chi are’ mai pensato che costui?
Fusse sì cruda e inexorabil fera?

ROSMUNDA
O misera Rosmunda, or che far deggio?
È questo el capo sopra ogni altro degno
Che d’orientali gemme e d’oro ornato,
1040
Dette un tempo le leggi a tutto el mondo?
Tu non fusti creato a questo officio
Per esser taza dove el tuo nimico
Bevessi insieme con la tua Rosmunda.
Poi che l’impio Alboin ti ha facto vaso,
1045
Vaso prima sarai di amaro pianto
Che ti verso per gli occhi; e dipoi urna
Al miserabil cener di tua figlia.
E tu che col tuo pecto mi nutristi
Dal dì che usci’ de l’infelice ventre,
1050
Ventre infelice e più infelice el parto,
Porgi lo extremo aiuto a tanto officio
E da’ sepulcro a chi già desti el lacte.
Come fie l’alma de le membra sciolta,
Ardi el mio corpo el me’ che tu potrai
1055
In sì doglioso e miserando stato;
E quelle poche cener vi saranno,
Raccogli insieme e dentro a questa testa
Ripolle, acciò che in quel medesmo loco
Abbin lor fine unde ebbon nascimento.
1060
E facto questo, portale a Almachilde,
Pregandol da mia parte, così morta,
Che questo infelice osso di mio padre
E le misere cener di Rosmunda,
Come sa lui, già pur decta sua moglie,
1065
Voglia mandare al patrio antiquo regno
Tra li Geppidi miei dilecti e cari,
Acciò che in libertà stia viva e morta.

NUTRICE
Oimè, donne, oimè, presto, soccorso!
Su, aiutate la vostra Regina
1070
Che tramortita mi è cascata in braccio.
Già el sangue per le vene si fa ghiaccio
Si non porgete aiuto a la sua vita.

ALMACHILDE
Oimè, Nutrice, oimè,
Che crudo caso è questo?
1075
Viver non è viva quella
Che teneva el cor mio.
Ma prima vo’ passare
Con questa spada el core
A quello impio ribaldo.
1080
L’ira del vendicare
Vinca el grave dolore.

NUTRICE
O giovane, Rosmunda è tramortita:
Non correr a furor perché sarai
Dalla guardia del Re tagliato in pezi.

ALMACHILDE
1085
E di che può temer chi morir vole?

NUTRICE
Si sei disposto al vendicar costei,
Non niego che lo ardir tuo possa assai,
Come è noto a ognium: ma gli bisogna
Aver qualche altro aiuto oltre a la forza.

ALMACHILDE
1090
Qui basta sol l’ardir, perché la sorte
Aiuta i forti e i timidi discaccia.

NUTRICE
A quel che giogne colle forze el senno
Ogni impresa felice gli succede:
Vecchi consigli in giovenil forteza.

ALMACHILDE
1095
Disposto son di far come vorrai,
Pur che uccida Alboino e faciàn tosto:
Morto che è lui, non curo la mia vita.

NUTRICE
Tu puoi far presto e ben queste due cose:
Uccider lui e poi salvar te stesso
1100
Con costei qui e tutte quante noi.

ALMACHILDE
E’ non si desiò mai cosa alcuna
Quanto io desio la morte di costui.
Orsù, datemi tosto questo modo.

NUTRICE
Entriàn qua dentro a queste prime tende,
1105
Perché siàn qui negli ochi di ciascuno.
Sù, donne, sù; deh, ricevete in braccio
Queste regali e miserande membra,
Dove si serba ancor la vostra speme.
E voi, sorelle e fogliole dilecte,
1110
Nel cui tacer porto è la vita nostra
Insieme con la vostra, or siate sagge
E quel che avete udito sia sepolto.
E’ non è cosa alcuna infra noi donne
Che ci faccia più belle che ’l tacere:
1115
Qual si vi è stato altre volte adorneza,
Or vi è necessità, salute e gloria.
Né v’incresca aspectar nostro ritorno,
E si pur qualche strepito sentissi,
Pel che qualcuno entrar volesse dentro,
1120
Tenetelo in parole con qualche arte;
E non restate di pregare Dio
Che ponga aiuto all’opere piatose.

CORO
Non ha quando è sereno el ciel più stelle,
Né per tempesta el gran furiar del vento
1125
Move a lito marittimo tante onde,
Né tanti fiori ha aprile o frondi el maggio,
Né cascon foglie al principio del verno,
Quanti sono i pensier de la mia mente.
Per ciò che, s’al timor volgo la mente,
1130
Ho in orror così le inique stelle
Come chi pensa navigar di verno;
Si a la speranza, ogni sperare è vento,
Anzi un tener fiorir l’aprile e ’l maggio,
E quasi come seminar fra l’onde.
1135
Non solcò mai nochier sì turbide onde
Quanti e perigli che or passa mia mente;
Né mai sì lieto el bel mese di maggio
Arrise, quanto triste a me le stelle.
Son fragil barca in mar, spinta dal vento
1140
Fra scogli e sirte a ponto a mezo el verno.
Non tante frondi et erba secca el verno,
Né tanti voti si fèr mai fra l’onde
Di Caribdi e di Scilla al crudel vento,
Quanto e miei; onde tu, divina mente,
1145
Spargi nuova virtù sopra le stelle
Che ’l crudo verno ne trasmuti in maggio.
Acciò che doppo el vago fior del maggio
Io colga el fructo seminato el verno,
Signor che muovi le lucenti stelle,
1150
Onde cresce e descresce el mar con l’onde
E talor soffia e tal s’acquieta el vento,
Porge el tuo aiuto alla affannata mente.
Così produce tua supprema mente
Le grazie, come el sole e i fior di maggio;
1155
Da te dispare ogni tempesta e vento,
Tu sol trasmuti in maggio el freddo verno
Spargendo sopra el capo le sacre onde
Per le quai navighiam sopra le stelle.
E sempre sien le stelle e non mai verno
1160
E l’onde chiare e quiete; e sempre maggio
Stia senza vento ne la nostra mente.

[SERVA. ROSMUNDA]

SERVA
Levati su, Regina,
Che Dio ha posto fine
Al tuo aspro tormento,
1165
Perché Almachilde ardito
Ha tagliato la testa
Al Re ingiusto e crudele,
La qual reporta seco.

ROSMUNDA
Come? O Signor del cielo,
1170
Questo creder non posso!
Che grazia immensa, o Dio!
Quanto sono io tenuta
Di ringraziarti sempre!
Per tua fé, non ti incresca
1175
Narrarci prestamente
Quando e in che modo è morto.

SERVA
Almachilde è stato epso,
Tuo fido e caro amante,
Quel che ha morto Alboino.

ROSMUNDA
1180
Come potrò io mai
Remunerar costui?
Ma dimmi el modo apunto.

SERVA
Pel consiglio gli diè la tua Nutrice,
Come si fusse una nostra donzella,
1185
Si vestì tutto di feminil panni.
La giovane età sua, l’obscura notte,
Amica sempre de li umani inganni,
E li veli ch’egli avea al capo avolto
Lo trasformorno in guisa che noi stesse
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Lo potevàn cognoscer con gram pena.
Così passamo senza alcun contrasto
Per mezo de la guardi e gente arnata
Sin dentro ne la camera regale.
Era Alboin prostrato sopra el lecto
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Nel proprio modo come lo lasciasti,
Ma di più alto sonno adormentato,
Che cel mostrava el suo rusciar sì forte.
Io guardavo a la porta e la Nutrice
Con l’una mano e l’altra le cortine
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Alzò; alora el giovin con la spada,
Che occulta avea portata a tale offizio,
In quello spazio ch’io mi volsi adietro
Per non vederlo, gli tagliò la testa.
E facto questo, un gran fiume di sangue
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Con magio copia di vino e di schiuma
Dal singultante tronco giù versare
Vidi, e ’l pecto anelar come in fornace
Quando talor el gran soffiar del vento
Esce di fuor per le bovine pelle.
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Tale appariva quella atroce testa,
Qual quella de la vipera o serpente
Che spesso l’arator col vomer fende.
Così tagliato, quello orribil teschio
Ci fe’ paura, perché ben tre volte
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Le sue sanguigne luci ne’ nostri ochi
Stravolse, aprì la bocca e batté e denti;
E morto retenea quella fiereza
Che avea quando era vivo e quello orrore.
Almachilde la prese per la barba
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E dentro a certo panno la rinvolse
Sol per portarla ne la tua presenzia.

ROSMUNDA
Tu se’ pure Dio in ciel come ogniun crede,
Et hai la cura de le cose umane
E porgi aiuto a l’opere piatose!

CORO
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Ciascun che regge, impari
Dal dispietato Re che morto iace
A non esser crudel, che a Dio non piace.
Chi vuole el regno suo governar bene,
Con la pietà governi,
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Perché pietà l’immenso amor produce
Ne li uman pecti, e l’amor la concordia.
Costei sola mantiene
Et accresce gli stati e fagli eterni.
Da l’odio la discordia
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Nasce e di lei inimicizie e sdegni,
Cagion del ruinar di tanti regni.